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lunedì 13 maggio 2013
Dave Whelan un'incredibile storia di sport
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giovedì 7 giugno 2012
La squadra non vince e la proprietà le cambia il look
Squadra che non vince cambia colore. Da noi, nel nostro campionato, se non vinci un paio di partite rischi di trovarti gli ultras sotto casa o a bordo campo con intento minatorio. "Giocate senza maglia!" "Non siete degni di questi colori!" sono solo alcuni degli slogan urlati dalle nostre curve a chi non vince in campo. In inghiltera c'è però qualcuno che ha preso alla lettera questi motti e per la prossima stagione prepara una piccola rivoluzione. La proprietà malese del Cardiff ha infatti deciso un serio restyling delle proprie divise passando dallo storico blu al rosso, simbolo di spiritualità e fortuna in Asia. Anche lo stemma della squadra gallese cambia. Dal bluebirds, soprannome del team, ad un più asiatico dragone rosso con tanto di scritta fire and passion che magari incuterà più timore agli avversari.
Il Cardiff manca dalla Premier dal 1962 e nella sua storia ha vinto una sola coppa d'Inghilterra nel 1927. Negli ultimi anni gli investimenti stranieri hanno però riportato forza al team che da 3 stagioni sfiora l'accesso alla Premier senza però riuscirvi. Nel 2010 fu il Blackpool a vincere la finale mentre nelle successive due stagioni la formazione gallese è stata eliminata da Swansea e West Ham. Gli ultimi anni hanno visto la formazione gallese tornare in forza anche sul fronte delle coppe. Nel 2008 persero la finale di FA Cup contro il Portsmouth mentre quest'anno hanno perso la finale di Coppa di Lega contro il Liverpool. Numeri non certo da nobile decaduta, per un team come il Cardiff sarebbero risultati eccellenti, evidentemente troppo bassi per le ambizioni della nuova proprietà che spera, col nuovo look rosso fiammante, di infondere più calore e passione nell'animo dei propri calciatori e di aprire nuove vie per il business con una sinergia tra il Galles e l'Asia.
Via Linkiesta
Il Cardiff manca dalla Premier dal 1962 e nella sua storia ha vinto una sola coppa d'Inghilterra nel 1927. Negli ultimi anni gli investimenti stranieri hanno però riportato forza al team che da 3 stagioni sfiora l'accesso alla Premier senza però riuscirvi. Nel 2010 fu il Blackpool a vincere la finale mentre nelle successive due stagioni la formazione gallese è stata eliminata da Swansea e West Ham. Gli ultimi anni hanno visto la formazione gallese tornare in forza anche sul fronte delle coppe. Nel 2008 persero la finale di FA Cup contro il Portsmouth mentre quest'anno hanno perso la finale di Coppa di Lega contro il Liverpool. Numeri non certo da nobile decaduta, per un team come il Cardiff sarebbero risultati eccellenti, evidentemente troppo bassi per le ambizioni della nuova proprietà che spera, col nuovo look rosso fiammante, di infondere più calore e passione nell'animo dei propri calciatori e di aprire nuove vie per il business con una sinergia tra il Galles e l'Asia.
Via Linkiesta
Il football made in Italy si avvicina al Superbowl
Anche l'Italia ha il suo Superbowl. Non è l'evento planetario che si svolge in America, e che attira sempre più curiosi ed appassionati in ogni angolo del globo, ma la sua versione nostrana, fatta di team dal nome agguerrito ma dallo spirito nobile. Demoni, Pantere, Leoni, Rinoceronti, Giganti e Guerrieri contro Marinai, Marines, Colombe, Elefanti, Maiali, Delfini. Sono le dodici squadre che si sono appena affrontate nella regoular season della IFL la lega italiana di football, il massimo campionato di categoria.
Il football made in Italy ha una storia lunga e complessa. Nato agli inizi degli anni '80 quest'anno è giunto al suo trentaduesimo compleanno. Una storia però travagliata, con il campionato che più volte ha rischiato di sparire. Dopo il successo iniziale l'interesse per questo sport subì infatti un brusco calo; molte squadre sparirono e nel 2000 anche lo "spaghetti football" rischiò di andare in pensione. Troppo alte le spese e troppo poco l'interesse. La federazione, già commissariata, venne espulsa dal Coni rimanendo così senza punto di riferimento. Dalle ceneri nacquero diverse federazioni minori, tutte frazionate e con lo scopo di riportare in auge lo sport. Nel 2003 i superbowl furono addirittura 3 con la situazione che rimase caotica fino al 2008 quando i maggiori club italiani, tra cui i Lios Bergamo, i Dolphins Ancona e i Rhinos Milano, decisero di uscire dalla NFLI, nata nel 2004, e fondare la IFL, sotto l'egidia della FIDAF la nuova federazione associata al CONI, con lo scopo di ridare vanto e lustro a tutto il movimento. Nel 2007 si disputarono così due finali, una della IFL ed una della NFLI. Il successo del Superbowl della IFL spinse molti ex giocatori e dirgienti a tornare sui prorpi passi e a rifondare alcuni team storici. L'anno successivo molte squadre della NFLI entrano a far parte della IFL che può così inziare ad operare in maniera più concreta. Il movimento resta però diviso, con due finali giocate ogni anno. Una della IFL, divenuta il massimo livello di football in Italia, ed una organizzata dalla FIF la federazione dei club non entrati nel nuovo organico.
Ad oggi la IFL può contare su 12 team nel massimo campionato e due leghe inferiori. Le squadre sono tornate ad attirare sponsor e campioni d'oltreoceano, provenienti dai college americani o dalle loro leghe minori. La regoular season è appena terminata e le 6 finaliste, nell'ordine Elephants Catania, Panthers Parma Warriors Bologna, Rhinos Milano, Giants Bolzano, Dolphins Ancona, si apprestano a darsi battaglia prima della finalissima, organizzata quest'anno allo stadio Ossola di Varese il prossimo 7 luglio.
Via Linkiesta
Il football made in Italy ha una storia lunga e complessa. Nato agli inizi degli anni '80 quest'anno è giunto al suo trentaduesimo compleanno. Una storia però travagliata, con il campionato che più volte ha rischiato di sparire. Dopo il successo iniziale l'interesse per questo sport subì infatti un brusco calo; molte squadre sparirono e nel 2000 anche lo "spaghetti football" rischiò di andare in pensione. Troppo alte le spese e troppo poco l'interesse. La federazione, già commissariata, venne espulsa dal Coni rimanendo così senza punto di riferimento. Dalle ceneri nacquero diverse federazioni minori, tutte frazionate e con lo scopo di riportare in auge lo sport. Nel 2003 i superbowl furono addirittura 3 con la situazione che rimase caotica fino al 2008 quando i maggiori club italiani, tra cui i Lios Bergamo, i Dolphins Ancona e i Rhinos Milano, decisero di uscire dalla NFLI, nata nel 2004, e fondare la IFL, sotto l'egidia della FIDAF la nuova federazione associata al CONI, con lo scopo di ridare vanto e lustro a tutto il movimento. Nel 2007 si disputarono così due finali, una della IFL ed una della NFLI. Il successo del Superbowl della IFL spinse molti ex giocatori e dirgienti a tornare sui prorpi passi e a rifondare alcuni team storici. L'anno successivo molte squadre della NFLI entrano a far parte della IFL che può così inziare ad operare in maniera più concreta. Il movimento resta però diviso, con due finali giocate ogni anno. Una della IFL, divenuta il massimo livello di football in Italia, ed una organizzata dalla FIF la federazione dei club non entrati nel nuovo organico.
Ad oggi la IFL può contare su 12 team nel massimo campionato e due leghe inferiori. Le squadre sono tornate ad attirare sponsor e campioni d'oltreoceano, provenienti dai college americani o dalle loro leghe minori. La regoular season è appena terminata e le 6 finaliste, nell'ordine Elephants Catania, Panthers Parma Warriors Bologna, Rhinos Milano, Giants Bolzano, Dolphins Ancona, si apprestano a darsi battaglia prima della finalissima, organizzata quest'anno allo stadio Ossola di Varese il prossimo 7 luglio.
Via Linkiesta
Bra la capitale italiana dell'hockey su prato
In principio fu il torneo Indoor, conquistato a fine febbraio, poi è stata la volta del campionato di A1 ed infine della Coppa Italia, conquistata domenica scorsa nella finale di Roma contro la Bonomi. La squadra maschile di hockey su prato di Bra ha infranto ogni record ed in questo 2012 si è portata a casa tutti i trofei italiani in palio. Un record che sta per essere uguagliato anche dalla squadra femminile, la Lorenzoni, già campione d'Italia e ora in attesa di disputare la coppa nazionale.
Sport dalle origini antiche, nella sua versione moderna l'hockey ha fatto la comparsa negli stessi anni del calcio, sul finire del 1800. In Italia è stato introdotto più tardi, nel 1935 e conobbe il suoi anni migliori sul finire degli anni '50 grazie anche alla partecipazione ai giochi olimpici di Roma. Sport considerato da gentiluomini, per il rispetto dell'avversario, in questa stagione, in Italia, ha avuto due soli colori dominanti: il giallo ed il nero delle maglie del Bra. La formazione piemontese, nata nel 1961, si è aggiudicata il titolo italiano a suon di record. Venti partite disputate in stagione, tra campionato e finali scudetto, ed altrettante vittorie. In coppa il cammino è stato praticamente identico, con un solo pareggio, ininfluente, nel girone eliminatorio contro l'Amsicora, l'unica squadra ad aver frenato la marcia dei piemontesi. Un successo di squadra quello del Bra, al quarto scudetto della sua storia. Un team, quello giallonero, trascinato in campo dai tre fratelli Lanzano, da Priyesh Bhana capocannoniere del campionato con 29 centri, Oleksii Shvets che, con i suoi 41 anni, risulta ancora tra i migliori liberi del torneo, o David Green neozelandese al suo primo scudetto italiano. Un gruppo unito come quello della formazione femminile, quella Lorenzoni che porta il nome di Augusto Lorenzoni, l'imprenditore cittadino che portò questo sport in città. Con alcune giornate d'anticipo il team femminile ha appena conquistato il suo 14° scudetto al termien di un campionato da record: 15 vittorie ed un solo pareggio. Per completare l'opera e fare l'en-plein di trofei manca solo una cosa in bacheca. La Coppa Italia femminile che si disputerà a fine campionato. via Linkiesta
Sport dalle origini antiche, nella sua versione moderna l'hockey ha fatto la comparsa negli stessi anni del calcio, sul finire del 1800. In Italia è stato introdotto più tardi, nel 1935 e conobbe il suoi anni migliori sul finire degli anni '50 grazie anche alla partecipazione ai giochi olimpici di Roma. Sport considerato da gentiluomini, per il rispetto dell'avversario, in questa stagione, in Italia, ha avuto due soli colori dominanti: il giallo ed il nero delle maglie del Bra. La formazione piemontese, nata nel 1961, si è aggiudicata il titolo italiano a suon di record. Venti partite disputate in stagione, tra campionato e finali scudetto, ed altrettante vittorie. In coppa il cammino è stato praticamente identico, con un solo pareggio, ininfluente, nel girone eliminatorio contro l'Amsicora, l'unica squadra ad aver frenato la marcia dei piemontesi. Un successo di squadra quello del Bra, al quarto scudetto della sua storia. Un team, quello giallonero, trascinato in campo dai tre fratelli Lanzano, da Priyesh Bhana capocannoniere del campionato con 29 centri, Oleksii Shvets che, con i suoi 41 anni, risulta ancora tra i migliori liberi del torneo, o David Green neozelandese al suo primo scudetto italiano. Un gruppo unito come quello della formazione femminile, quella Lorenzoni che porta il nome di Augusto Lorenzoni, l'imprenditore cittadino che portò questo sport in città. Con alcune giornate d'anticipo il team femminile ha appena conquistato il suo 14° scudetto al termien di un campionato da record: 15 vittorie ed un solo pareggio. Per completare l'opera e fare l'en-plein di trofei manca solo una cosa in bacheca. La Coppa Italia femminile che si disputerà a fine campionato. via Linkiesta
giovedì 10 maggio 2012
Cala il sipario Grazie Pippo
Milan-Novara domenica non sarà semplicemente il sipario di una stagione. Sarà il sipario di una generazione. A 38 anni suonati, e dopo un anno e mezzo in panchina per chissà quale congiura astrale, Inzaghi varcherà per l'ultima volta l'ingresso sul campo di San Siro con la maglia rossonera. A seguirlo altri due legionari di lungo corso che hanno fatto la storia recente: Sandro Nesta e Clarence Seedorf.
Per me, della seconda generazione vincente del Milan berlusconiano, troppo piccolo per il Milan degli olandesi, ammirato solo coi filmati d'epoca, si chiude un era e mostra il termine della carriera del più forte centravanti italiano degli ultimi anni, Inzaghi unico giocatore al mondo ad aver segnato in tutte le competizioni internazionali per club, miglior attaccante italiano in Europa con 70 gol secondo solo a Raul.
Troppi ricordi legati a lui che vanno al di la di Atene.
300 (come le gare in maglia rossonera) grazie di cuore.
Dopo anni europei bui, grazie per quei 12 gol che furono la spinta decisiva verso la Champions 2003. La tripletta al Deportivo, il gol al Borussia, ma soprattutto la zampata all'Ajax nei quarti. Roba che ha rivederla oggi mi viene ancora la pelle d'oca.
Grazie per aver resistito anche quando ti davano per finito ed esser tornato più forte nel 2006, dove hai messo lo zampino anche ai mondiali tedeschi.
Grazie per il 2007 e la magica notte di Atene, altro ricordo indelebile e commuovente.
Ma soprattutto, il ricordo più dolce e più bello. Ottobre 2010, Milan-Real. 80.000 voci che ti chiamano, entri e segni una doppietta sotto il settore dov'ero alla partita. Un delirio una cosa pazzesca un estasi che nemmeno il pareggio del Real al 90' ha spento.
Infine 125 volte grazie, come i tuoi gol, per aver reso grande la mia squadra del cuore.
Per me, della seconda generazione vincente del Milan berlusconiano, troppo piccolo per il Milan degli olandesi, ammirato solo coi filmati d'epoca, si chiude un era e mostra il termine della carriera del più forte centravanti italiano degli ultimi anni, Inzaghi unico giocatore al mondo ad aver segnato in tutte le competizioni internazionali per club, miglior attaccante italiano in Europa con 70 gol secondo solo a Raul.
Troppi ricordi legati a lui che vanno al di la di Atene.
300 (come le gare in maglia rossonera) grazie di cuore.
Dopo anni europei bui, grazie per quei 12 gol che furono la spinta decisiva verso la Champions 2003. La tripletta al Deportivo, il gol al Borussia, ma soprattutto la zampata all'Ajax nei quarti. Roba che ha rivederla oggi mi viene ancora la pelle d'oca.
Grazie per aver resistito anche quando ti davano per finito ed esser tornato più forte nel 2006, dove hai messo lo zampino anche ai mondiali tedeschi.
Grazie per il 2007 e la magica notte di Atene, altro ricordo indelebile e commuovente.
Ma soprattutto, il ricordo più dolce e più bello. Ottobre 2010, Milan-Real. 80.000 voci che ti chiamano, entri e segni una doppietta sotto il settore dov'ero alla partita. Un delirio una cosa pazzesca un estasi che nemmeno il pareggio del Real al 90' ha spento.
Infine 125 volte grazie, come i tuoi gol, per aver reso grande la mia squadra del cuore.
lunedì 30 aprile 2012
Terza stella: ecco come puo finire la questione
Si parla tanto di terza stella sulle maglie della Juventus in caso di scudetto. Da consuetudine la stella, d'oro, va apposta sul petto al raggiungimento di ogni decimo scudetto. Al momento la Juventus è a 27 più i due revocati dai fatti di Calciopoli. In caso di vittoria a fine campionato i bianconeri tornerebbero così a quota 28 che, con gli eventuali due revocati, farebbero 30. Premesso che ormai non si torna indietro, ciò che è tolto è tolto e ciò che è dato, scudetto di cartone, è dato, la cosa più logica, per rispetto delle istituzioni e per chiudere una volta per tutte la questione sarebbe quella di lasciare tutto così com'è ovvero senza stelle e stemmini vari sul petto oltre al classico gagliardetto tricolore di campione d'Italia.
C'è però una via di fuga che metterebbe credo d'accordo tutti. Premesso che prima di tutto c'è da vincere lo scudetto, si ok è quasi fatta ma prima che la matematica condanni il Milan sognare uno scivolone di madama è lecito, una volta vinto la Juventus andrebbe a 28. A fine stagione si giocherà poi la finale di Coppa Italia col Napoli e qui le stelle possono arrivare in soccorso dei bianconeri. Al momento la Juve, come la Roma, è a quota 9 Coppe Italia vinte. Sono le due formazioni più titolate della competizione, mai nessuno è arrivato a 10, e sarebbe per ciò una novità assoluta nel calcio italiano. Chi vince dieci coppe ha però diritto ad una stella. D'argento, ma comunque una stella. Se quindi il 20 maggio a Roma la Coppa andrà nelle mani della banda di Conte arriverebbe anche la tanto contestata stella; che sarebbe legittima e su cui nessuno potrebbe dire nulla e metterebbe a tacere tutte le voci e le prese di posizioni nei confronti della Lega che, al momento, suonano anche un po come posizioni arroganti nei confronti di un'istituzione. Inoltre la vittoria della Coppa Italia garantirebbe l'eventuale stella anche senza lo scudetto, in somma cari juventini facciamo un patto. A voi la stella con la Coppa, a noi il tricolore (che avvicinrebbe il Milan alla conquista della seconda stella).
C'è però una via di fuga che metterebbe credo d'accordo tutti. Premesso che prima di tutto c'è da vincere lo scudetto, si ok è quasi fatta ma prima che la matematica condanni il Milan sognare uno scivolone di madama è lecito, una volta vinto la Juventus andrebbe a 28. A fine stagione si giocherà poi la finale di Coppa Italia col Napoli e qui le stelle possono arrivare in soccorso dei bianconeri. Al momento la Juve, come la Roma, è a quota 9 Coppe Italia vinte. Sono le due formazioni più titolate della competizione, mai nessuno è arrivato a 10, e sarebbe per ciò una novità assoluta nel calcio italiano. Chi vince dieci coppe ha però diritto ad una stella. D'argento, ma comunque una stella. Se quindi il 20 maggio a Roma la Coppa andrà nelle mani della banda di Conte arriverebbe anche la tanto contestata stella; che sarebbe legittima e su cui nessuno potrebbe dire nulla e metterebbe a tacere tutte le voci e le prese di posizioni nei confronti della Lega che, al momento, suonano anche un po come posizioni arroganti nei confronti di un'istituzione. Inoltre la vittoria della Coppa Italia garantirebbe l'eventuale stella anche senza lo scudetto, in somma cari juventini facciamo un patto. A voi la stella con la Coppa, a noi il tricolore (che avvicinrebbe il Milan alla conquista della seconda stella).
lunedì 26 marzo 2012
Swindon Town sfuma il sogno
Si frantuma davanti ai 50.000 di Wembley il sogno di Paolo di Canio di conquistare il Saint Johnstone Trophy, la coppa inglese riservata alle formazioni di League One e League Two. Lo Swindon Town perde per 2-0 la finalissima col Chesterfield abbandonando così il sogno di un incredibile accoppiata campionato-coppa. Con due gare da recuperare lo Swindon resta comunque primo nel proprio campionato a più quattro dalle inseguitrici.
Di questa coppa un plauso lo merita comunque il solito appassionato pubblico anglosassone, capace di riempire per tre quarti Wembley pur di seguire i propri beniamini. Swindon e Cesterfield non sono proprio due formazioni blasonate e non certo tra le più popolate del regno. Swindon conta infatti 155.000 abitanti ( e 30.000 di questi erano domenica nella City) mentre Chesterfield è un distretto di Derby, di 100.000 persone.
Da noi a giocarsi la finale, per l'equivalente coppa di categoria, ci sono Pisa-Tritium e Spezia-Foggia. Mercoledì il ritorno dopo le gare di andata. In Italia riuscirebbero a portare non dico 50.000 persone ma almeno 30.000 tifosi a seguire la finale? Chapeau alla passione inglese, travolgente anche per una coppa fine solo a se stessa.
Di questa coppa un plauso lo merita comunque il solito appassionato pubblico anglosassone, capace di riempire per tre quarti Wembley pur di seguire i propri beniamini. Swindon e Cesterfield non sono proprio due formazioni blasonate e non certo tra le più popolate del regno. Swindon conta infatti 155.000 abitanti ( e 30.000 di questi erano domenica nella City) mentre Chesterfield è un distretto di Derby, di 100.000 persone.
Da noi a giocarsi la finale, per l'equivalente coppa di categoria, ci sono Pisa-Tritium e Spezia-Foggia. Mercoledì il ritorno dopo le gare di andata. In Italia riuscirebbero a portare non dico 50.000 persone ma almeno 30.000 tifosi a seguire la finale? Chapeau alla passione inglese, travolgente anche per una coppa fine solo a se stessa.
martedì 28 febbraio 2012
Moviola in campo
Io mi chiedo semplicemente perché per squalificare un giocatore o espellerlo direttamente si possano usare senza problemi le riprese televisive, o addirittura come nel caso di Ibra le immagini in diretta sul monitor dell'assistente dell'arbitro, e invece per un gol tutto questo non debba essere valido.
Sarà il bello del calcio (ma io non ci vedo nulla di bello) ma sai quante polemiche in meno con una semplice moviola che puoi consultare subito senza interrompere il gioco?
Il caso di Milan-Juve è solo l'ultimo di una serie infinita ma a proposito di ingiustizie recenti che potevano essere evitate, vedi l'eliminazione dell'Irlanda dai mondiali 2010 per Mano della Francia (con buona pace di Maradona e della sua mano di Dio)
martedì 15 marzo 2011
Da Moacir Barbosa a Julio Cesar, la maledizione dei numeri primi
Anche da non intersita è sempre triste vedere un giocatore sconfortato a causa di un proprio errore. Una tristezza resa ancora più evidente se il protagonista è il portiere, il baluardo solitario, l'ultimo difensore. Un luogo comune vuole che i brasiliani siano i migliori a calcio tranne nel ruolo del portiere, quasi fosse una maledizione: se tutti son palleggiatori e funamboli in porta chi ci va? Quello scarso direbbero in molti. Ma la maledizione ha una data ed un protagonista preciso: Moacir Barbosa, il portiere e capitano del Brasile ai Mondiali del 1950, quelli della tragedia.
Siamo a Rio de Janeiro, 16 Luglio 1950; il giorno della finale. Di fronte al Brasile, nazione ospitante, e davanti ad un pubblico di oltre 200.000 persone, arriva l'Uruguay di un giovane Schiaffino. Al Brasile basta un pareggio per vincere il titolo in virtù del girone finale. Barbosa è li, è pronto è il capitano della squadra, è il simbolo di una nazione che ama il football ma non ha mai vinto. Dopo l'iniziale vantaggio dei brasiliani con Friaça sembra fatta, il Maracanà festeggia ma la tragedia è dietro l'angolo. Schiaffino pareggia al 66', al 79' Barbosa esce male su un tiro di Ghiggia e si consuma la tragedia. L'Uruguay vince, in Brasile si consuma invce la più grande tragedia sportiva della storia con la gente che muore sugli spalti e il povero Moacir imputato come artefice della disfatta passando di fatto da eroe a capro espiatorio. Da li in poi appena parlavi di un portiere brasiliano il pensiero andava al povero Moacir e l'estremo difensore di turno si circondava di scetticismo.
Successe a Taffarel che dopo il mondiale vinto coi carioca nel '94 si trovò senza squadra, all'epoca era alla Reggiana, passato il mondiale i granata, in B, non gli rinnovarono il contratto e lui prima di tornare in Brasile giocò in una squadra parrocchiale del paesino di Buco del Signore, come attaccante ovviamente. Dida provò a far ricredere la categoria venendo anche eletto miglior portiere nel 2003-04 ma prima di chiudere la carriera tornò a far aleggiare lo spettro di Barbosa con alcune uscite imbarazzanti che costarono critiche e punti alla propria squadra.
L'ultimo della lista è infine Julio Cesar, baluardo della difesa dell'Inter, lui che arrivò come terzo portiere al Chievo nel 2005 prima di approdare all'Inter dove in poco tempo scalzò niente meno che Francesco Toldo. A furia di parate e di prestazioni superlative Julio Cesar ha vinto tutto con la suq squadra entrando anche nella lista dei candidati al pallone d'oro, roba che solitamente ha poco a che fare coi numeri uno. La maledizione sembra finalmente sconfitta, Moacir riscattato, ma a San Siro e all'Allianz Arena arrivano quei due errori fatali, forse decisivi, che gettano nello sconforto Julio e rievocano il fantasma del povero Moacir.
martedì 1 marzo 2011
martedì 15 febbraio 2011
lunedì 14 febbraio 2011
giovedì 20 gennaio 2011
Nuovo blog
Ho deciso di separare (parte) del calcio da questo blog. Ho aperto un nuovo blog solo sul calcio inglese dalla b ai dilettanti, in cui metterò risultati e curiosità trovate nella rete sui vari campionati.
lunedì 10 gennaio 2011
Champions 2011
Siccome da un paio di anni a questa parte ci indovino sempre con largo anticipo, anche quest'anno scrivo la mia previsione su chi vincerà la Champions quest'anno.
Da buon milanista la mia candidatura ricade sul Chelsea del buon Carletto. Per una serie di motivi.
1. il Real farà un buon cammino ma non vincerà quest'anno (magari dal prossimo)
2. le formazioni italiane non dureranno (come sempre)
3. dopo 3 anni di accoppiata champions-pallone d'oro + champions-Mourinho questa edizione non ha un suo protagonista assoluto (2007 Kakà 2008 Ronaldo 2009 Messi) questo porta a far si che possa vincere una new entry.
4. il Chelsea ha sempre fatto la vittima sacrificale da 3 anni a questa parte: 2008 finale persa ai rigori, 2009 semifinale (discutibile) persa col Barcellona, 2010 fuori agli ottavi con l'Inter. Dopo tanta sfiga deve tornare un po' di merito.
5. Ancelotti non è uno sprovveduto, l'anno scorso ha vinto tutto a livello nazionale, sa cosa serve per vincere in Europa e, nonostante le fatiche inglesi, sul terreno europeo il Chelsea sta dimostrando più carattere.
6. Ha l'ottavo più facile di tutti.
7. Tutti dicono Chelsea grande squadra senza ricordarsi che, la formazione prima dell'avvento dei rubli di Abramovich aveva vinto la misera di 2 campionati negli anni '50, a livello europeo vanta un solo titolo (con Vialli in panca e Zola in campo)insomma tutt'altro che grande elite rispetto a Real e Milan. Per dirla tutta in Inghilterra ha vinto più Champions in bistrattato Nottingham Forest.
8. La forza economica del presidente è tale da spingerla a vincere la Champions e farla quindi entrare nell'elite europea.
9. la finale è a Londra (e ci son 3 formazioni londinesi su 16 agli ottavi)
L'unico mio augurio è che il Milan non arrivi a Wembley col Chelsea. Una Istambul basta e avanza.
Se però arrivasse senza Chelsea.... Allora la storia cambia :)
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sabato 25 dicembre 2010
La storia si ripete
riporto il post di lacrime di Borghetti.
Era da un po' che ci stavo pensando e l'avevo lasciato sottotraccia, ma dopo il grottesco epilogo arabo di ieri sera mi è apparso chiaro, Benitez sta passando all'Inter lo stesso assurdo calvario che a Brian Clough è toccato sopportare nei suoi mitici quarantaquattro giorni al timone del Leeds United. L'inquietante ed ingombrante figura di José Mourinho, come per Clough fu quella di Don Revie, lo accompagna in ogni passo che muove ad Appiano Gentile, in ogni intervista che rilascia alla stampa, in ogni conversazione con il presidente, in ogni raccomandazione alla squadra, così come il vecchio amore della tua ragazza aleggia nel tuo appartamento, indossa i tuoi vestiti, si sporca le labbra del suo rossetto. Benitez sente, come Clough sentiva, che in tutto il tempo trascorso insieme il suo predecessore è entrato dentro la sua squadra, nella testa e negli scarpini dei suoi giocatori, nei muri degli spogliatoi e nei trofei della bacheca della presidenza, nelle sciarpe dei tifosi e nelle penne dei giornalisti, e sente, come Clough sentiva, che il suo fantasma è ancora lì quando lui arriva al campo, alla sala stampa, nello spogliatoio, lo osserva mentre parla, mentre i giocatori si preparano, mentre la coppa viene sollevata, mentre il presidente gli stringe la mano, e Mourinho per Benitez, come Don Revie per Clough, è un ectoplasma che fa venire voglia di piangere perchè lui, in quella squadra, non è entrato e non entrerà mai in questo modo.
Le dichiarazioni di Benitez a fine partita mi hanno toccato, la candida richiesta di "supporto" appartiene a una narrativa diversa da quella sfrontata di Mourinho, ad una grammatica educata e signorile, ad un'umiltà che conosce bene la linea divisoria con la mancanza di rispetto. La volgarità dell'ambiente interista è lo specchio fedele del nostro paese piccolo-borghese, nervoso e permaloso, è la volgarità di una società che ha abbandonato il suo allenatore ancora prima di cominciare, con le gambe ancora molli per l'orgasmo precedente, è la volgarità di un mondo che preferisce passare una settimana al sole di Sharm el Sheik piuttosto che a passeggio tra le librerie per il Marais, è la volgarità di un personaggio riprovevole come Materazzi che, piccato per non aver giocato (ma perchè avrebbe dovuto giocare?), viene intervistato dopo la partita e si lascia andare a parole di malcelato disprezzo verso l'allenatore, difendendo "la società che li ha portati sul tetto del mondo", così come Billy Bremner aggrediva il povero Clough. E' la volgarità di un giornalismo sportivo che se ne frega della decenza e lancia il sondaggio su chi sarà il prossimo allenatore dell'Inter, dimostrando ancora una volta l'infimo livello della categoria, dimostrando ancora una volta che i giornalisti sportivi scrivono di pesca quando l'unico pesce che hanno visto nella loro vita è quello che gli viene servito al ristorante.
Da piccoli ci insegnano che nella vita l'importante è fare una cosa che ci piace, che ci dia voglia di alzarci la mattina per uscire di casa, ed invece quasi tutti noi siamo finiti risucchiati in un mercato del lavoro che ci disprezza e che noi disprezziamo, dove l'unica cosa che conta è portare a casa le penne, è difenderci dalla vita, dai predecessori e dalle aspettative, dalla volgarità e dalla mancanza di rispetto, dal vicino di scrivania la cui invidia aspetta solo il nostro tonfo, per poterlo indicare con il ditino puntato e la risatina macabra. Per fortuna, ci rimane il senso dell'umorismo, i soffitti alti delle nostre case signorili, le spalle larghe con cui scrollarci tutto questo schifo di dosso, un microfono da cui lanciare un ultimatum al presidente, la dignità. Per quanto mi riguarda, siamo tutti Rafa Benitez, come siamo stati tutti Brian Clough.
Era da un po' che ci stavo pensando e l'avevo lasciato sottotraccia, ma dopo il grottesco epilogo arabo di ieri sera mi è apparso chiaro, Benitez sta passando all'Inter lo stesso assurdo calvario che a Brian Clough è toccato sopportare nei suoi mitici quarantaquattro giorni al timone del Leeds United. L'inquietante ed ingombrante figura di José Mourinho, come per Clough fu quella di Don Revie, lo accompagna in ogni passo che muove ad Appiano Gentile, in ogni intervista che rilascia alla stampa, in ogni conversazione con il presidente, in ogni raccomandazione alla squadra, così come il vecchio amore della tua ragazza aleggia nel tuo appartamento, indossa i tuoi vestiti, si sporca le labbra del suo rossetto. Benitez sente, come Clough sentiva, che in tutto il tempo trascorso insieme il suo predecessore è entrato dentro la sua squadra, nella testa e negli scarpini dei suoi giocatori, nei muri degli spogliatoi e nei trofei della bacheca della presidenza, nelle sciarpe dei tifosi e nelle penne dei giornalisti, e sente, come Clough sentiva, che il suo fantasma è ancora lì quando lui arriva al campo, alla sala stampa, nello spogliatoio, lo osserva mentre parla, mentre i giocatori si preparano, mentre la coppa viene sollevata, mentre il presidente gli stringe la mano, e Mourinho per Benitez, come Don Revie per Clough, è un ectoplasma che fa venire voglia di piangere perchè lui, in quella squadra, non è entrato e non entrerà mai in questo modo.
Le dichiarazioni di Benitez a fine partita mi hanno toccato, la candida richiesta di "supporto" appartiene a una narrativa diversa da quella sfrontata di Mourinho, ad una grammatica educata e signorile, ad un'umiltà che conosce bene la linea divisoria con la mancanza di rispetto. La volgarità dell'ambiente interista è lo specchio fedele del nostro paese piccolo-borghese, nervoso e permaloso, è la volgarità di una società che ha abbandonato il suo allenatore ancora prima di cominciare, con le gambe ancora molli per l'orgasmo precedente, è la volgarità di un mondo che preferisce passare una settimana al sole di Sharm el Sheik piuttosto che a passeggio tra le librerie per il Marais, è la volgarità di un personaggio riprovevole come Materazzi che, piccato per non aver giocato (ma perchè avrebbe dovuto giocare?), viene intervistato dopo la partita e si lascia andare a parole di malcelato disprezzo verso l'allenatore, difendendo "la società che li ha portati sul tetto del mondo", così come Billy Bremner aggrediva il povero Clough. E' la volgarità di un giornalismo sportivo che se ne frega della decenza e lancia il sondaggio su chi sarà il prossimo allenatore dell'Inter, dimostrando ancora una volta l'infimo livello della categoria, dimostrando ancora una volta che i giornalisti sportivi scrivono di pesca quando l'unico pesce che hanno visto nella loro vita è quello che gli viene servito al ristorante.
Da piccoli ci insegnano che nella vita l'importante è fare una cosa che ci piace, che ci dia voglia di alzarci la mattina per uscire di casa, ed invece quasi tutti noi siamo finiti risucchiati in un mercato del lavoro che ci disprezza e che noi disprezziamo, dove l'unica cosa che conta è portare a casa le penne, è difenderci dalla vita, dai predecessori e dalle aspettative, dalla volgarità e dalla mancanza di rispetto, dal vicino di scrivania la cui invidia aspetta solo il nostro tonfo, per poterlo indicare con il ditino puntato e la risatina macabra. Per fortuna, ci rimane il senso dell'umorismo, i soffitti alti delle nostre case signorili, le spalle larghe con cui scrollarci tutto questo schifo di dosso, un microfono da cui lanciare un ultimatum al presidente, la dignità. Per quanto mi riguarda, siamo tutti Rafa Benitez, come siamo stati tutti Brian Clough.
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lunedì 8 novembre 2010
giovedì 21 ottobre 2010
Uomini dimenticati. Brian Clough
Brian Clough chi era costui. Credo pochi oggi si ricordino delle gesta di uno dei migliori allenatori degli anni '70. Un Mourinho dell'epoca, capace di miracoli con squadre del calibro di Derby County e Nottingham Forrest. Se sulla parte del Derby e del Leeds la memoria è tenuta viva da un libro (il Maledetto United e dal film girato successivamente) l'impresa compiuta col Nottingham (squadra che oggi gioca in serie C) ha forse un sapore più particolare. Ho trovato il racconto su un sito (lacrime di borghetti) e lo riporto di pari passo.
Olympiastadion di Monaco di Baviera, 30 maggio 1979. Si gioca la finale della Coppa dei Campioni. Il Nottingham Forest di Brian Clough, cenerentola della competizione, affronta il Malmoe della coppia d’attacco Cervin-Kinnvall. Gli spalti sono gremiti di bandiere inglesi. L’attesa è grande. Per tutto il primo tempo i Reds provano a fare la partita, a spingere. Uno sbadato sinistro di Robertson colpisce il palo, strozzando l’esultanza in gola ad una città. Il Malmoe regge, rendendo vana ogni offensiva inglese. Clough, con viso pensieroso e capelli arruffati, borbotta al bordo del campo. Inizia il secondo tempo. Un lampo. Robertson punta la difesa svedese lanciandosi sulla fascia sinistra, arriva sul fondo e butta nel mezzo un cross morbido. I centrali del Malmoe sono scavalcati, sulla palla si avventa Trevor Francis, maglia numero 7. E un gol che scatena un urlo assordante. La piccola città delle Midland Orientali è sul tetto d’Europa. Brian Clough ha fatto il miracolo. Prima il fiato sospeso ai Sedicesimi contro il Liverpool, campione uscente. Poi i trionfi contro AEK e Grasshopper. Infine, l’impresa di Colonia. Dopo la partita con il Malmoe, i Garibaldi - si narra che la maglia color rosso sia in onore del condottiero italiano - strappano il trofeo dalle mani di Kenny Dalglish, scrivendo una pagina di calcio sublime. L’avventura era iniziata un paio di anni prima. Dopo appena 44 giorni dall’ingaggio, Brian Clough, tifoso dell’odiato Derby County, veniva esonerato dal Leeds United e chiamato dal Nottingham Forest, a quel tempo in Seconda Divisione. A febbraio arrivano John Robertson e
Martin O’Neill, la squadra viene rifondata e ringiovanita. Tra gli altri, negli anni successivi vengono ingaggiati anche Peter Shilton, Larry Loyd e Kenny Burns. Un paio di anni di assestamento e, nel 1977, arriva la promozione.
Non basta. Il sogno è appena iniziato. Il neopromosso Nottingham parte bene in First Division. Solamente Everton, Manchester City e Liverpool tengono il passo. Alla fine della stagione la classifica parla chiaro: Nottingham Forest, 64; Liverpool, 57; Everton 55. Maggior numero di vittorie, minor numero di sconfitte e miglior difesa. I Reds sono campioni d’Inghilterra. All’inaspettato trionfo, che porta la squadra al qualificarsi per la Coppa dei Campioni dell'anno successivo, si aggiunge anche una Football League Cup vinta contro il Liverpool. La stagione successiva di First Division è meno dolce. Le 21 reti di Kenny Dalglish sono troppe e il Liverpool si laurea campione. Il Nottingham Forest chiude secondo, a -8 dalla vetta. Il sogno di Monaco di Baviera non lascia, però, spazio a delusioni. Ancora Liverpool nella stagione 1979/80. Secondo il Manchester United. Il Nottingham Forest chiude al quinto posto dietro Ipswich Town ed Arsenal. Capocannoniere Phil Boyer del Southampton. In Coppa dei Campioni, invece, i Reds campioni uscenti amministrano bene il doppio scontro con l’Osters di Ravelli ai Sedicesimi. Agli ottavi nulla possono i romeni dell’Arges Potesti, che incassano 4 reti. A far paura è la Dinamo Berlino ai Quarti. I tedeschi della Stasi si presentano vincendo al City Ground e solo una grande prova dei ragazzi di Clough sulle rive della Sprea regala l’accesso alla Semifinale contro l’Ajax. L’andata è in casa. Il Nottingham parte forte. L’Ajax è schiacciato nella sua area, sguarnito sugli esterni. Corner calciato sul primo palo, Robertson sfiora di testa e mette fuori tempo difesa e portiere avversari. Sul rimpallo si avventa Francis e insacca. Il City Ground è caldissimo, i lancieri sembrano fuori fase. A metà ripresa arriva il raddoppio di Robertson, su rigore. Al ritorno, all’Amsterdam Arena, l’1 a 0 dell’Ajax non è sufficiente. Il Nottingham Forest è in finale contro l’Amburgo, che nel frattempo ha spazzato via il Real Madrid. E proprio al Bernabeu i Reds hanno l’occasione di confermarsi campioni. Clough si affida ai soliti. Shilton tra i pali. Lloyd a guidare la difesa e Anderson a spingere sulla fascia. I mediani sono McGovern e Francis. Davanti, John Robertson. I tedeschi, avendo eliminato il Real con tanta facilità, partono favoriti. Il tranquillo Clough, in panchina con indosso una tuta Adidas da antologia, non si cura dei pronostici. Sa che nel calcio contano poco, a differenza dello stanco tiro di Robertson a metà del primo tempo che porta in vantaggio i Garibaldi. Il resto è affare di Peter Shilton, vero baluardo quel giorno.
Il Nottingham Forest, che fino a tre anni prima marciva in Seconda Divisione, è di nuovo campione. Il gioco della squadra di Clough è dinamico e visionario, terribilmente attuale. La favola è completa del suo lieto fine. Lieto, ma pur sempre un finale. Perché da quella sera in poi, nulla fu più come prima. Qualche finale di Coppa d’Inghilterra vinta ed una Semifinale di Coppa Uefa persa contro l’Anderlecht. Fino all’aprile 1989. A Hillsborough, lo stadio dello Sheffield Wednesday, è in programma la semifinale di FA Cup tra il Forest ed il Liverpool. A Sheffield accorrono migliaia di tifosi per seguire la partita. In molti arrivano in ritardo. L'assalto alla Leppings Lane, la curva destinata ai tifosi del Liverpool, è ingestibile da parte delle forze dell’ordine, in quegli anni nella morsa dell’ossesione hooligans. Il caos aumenta di secondo in secondo e prende forma la più grande tragedia sportiva inglese. Quel pomeriggio, a Hillsborough, persero la vita 96 persone. Più di 700 rimasero ferite. E’ la nebbia degli anni Ottanta e di una partita maledetta. Quel pomeriggio rese necessario il “Rapporto Taylor” ed un cambiamento radicale nel calcio inglese.
Quel pomeriggio segna anche l’inizio del declino dei Reds. Negli anni successivi solamente qualche piazzamento a metà classifica, la retrocessione nel 1993 e l’abbandono di Brian Clough. Sotto la guida del suo successore, Frank Clark, il Forest risale subito e in due anni è di nuovo in Coppa Uefa. Poi una nuova retrocessione ed una nuova risalita con in panchina Dave Bassett. La tremenda altalena non si arresta: ancora una serie di promozioni e retrocessioni negli anni seguenti – tra i vari allenatori, anche David Platt – fino a che, nel 2005, il Forest retrocede dopo 54 anni nella Football League One, diventando il primo club ad aver vinto la Coppa dei Campioni protagonista di una retrocessione fino alla terza divisione del proprio Paese. Oggi alla guida dei Reds c’è Billy Davies. Davanti, il gallese Robert Earnshaw. Sugli spalti del City Ground sale ancora forte l’urlo “Forest till I die / I’m Forest till I die”. Il sogno è sempre quello: battere il Derby County. O, forse, qualcosa di più. La statua di Brian Clough, fuori dal City Ground, ha le braccia al cielo. Accenna un sorriso.
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mercoledì 13 ottobre 2010
giovedì 23 settembre 2010
Il buon tacere
«Io vengo dall'Inghilterra e lì i presidenti non parlano tanto. Dopo la gara, come allenatore, posso dire che abbiamo fatto 17 tiri in porta...».
R.Benitez
Invece delle solite polimiche italiane che si susseguono di giornata in giornata, invece dello spezzatino e delle partite alle 12,30 giusto per far contenta la pay tv,
prendiamo nota di queste dichiarazioni e impariamo a tacere dopo le gare. Abbassiamo i toni, non creiamo i soliti alibi, un rigore poteva starci ma se non l'han dato non te lo danno se piangi in tele.
Meno parole più gioco.
R.Benitez
Invece delle solite polimiche italiane che si susseguono di giornata in giornata, invece dello spezzatino e delle partite alle 12,30 giusto per far contenta la pay tv,
prendiamo nota di queste dichiarazioni e impariamo a tacere dopo le gare. Abbassiamo i toni, non creiamo i soliti alibi, un rigore poteva starci ma se non l'han dato non te lo danno se piangi in tele.
Meno parole più gioco.
martedì 8 giugno 2010
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